Nella Vasca dei Terribili Piranha

   Una ricerca sull'insostenibilità che parte da adesso. Romanzo fantastorico, comics, mistificazione. Il web come rete di scarti, materiali. Un blog-in-progress

 



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venerdì, 16 maggio 2008
 

Il blog nella Vasca

Lo trovate in effetti qui.
postato da nellavascadtp | 11:19 | commenti


mercoledì, 19 marzo 2008
 

Antologia di scrittori fiorentini - Giulio Perrone editore

Siete tutti invitati alla prima presentazione dell’antologia “Sotto la lente. Antologia di scrittori fiorentini” a cura di Gabriele Ametrano (Perrone LAB) in cui è stato inserito il mio testo dal titolo “Manifestazioni esteriori di un supposto stato interiore” già presentato a RicercaBO nell'ottobre del 2007.

L’evento si svolgerà in collaborazione con il Network Oltre Zero giovedì 20 marzo 2008 alle ore 21,00 presso il Centro Giovani Giardini Nidiaci (via Ardiglione, 30/a – zona piazza del Carmine – Firenze - vedi mappa)

“Ferma tra le sponde di un fiume che scorre da millenni, Firenze si rispecchia ancora nel sapore dantesco, nell’umore caricaturale del Decamerone, si gratifica di quei panni lavati in Arno dal Manzoni, celebra i versi scalfiti dai poeti tra le due guerre mondiali, recita a memoria le opere di alcuni autori novecenteschi ma poco conosce e stima i percorsi letterari dei suoi attuali abitanti. Mi trovai così di fronte la possibilità di gettare un sasso nel calmo specchio di uno stagno, lasciando che quelle piccole onde infrangessero la quiete. Mobilitarsi in una visibile evoluzione letteraria/fiorentina: è con questo animo che mi apprestai a coinvolgere gli autori nella speranza di regalare a Firenze un poco di presente e un nuovo futuro letterario.”

dall’introduzione di Gabriele Ametrano


Autori del testo “Sotto la lente – antologia di autori fiorentini” (Perrone LAB):

Luca Baldoni, Caterina Bigazzi, Michele Brancale, Berta Calvani, Marisa Cestelli, Tommaso Chimenti, Miriam Cividalli Canarutto, Andrea D'Amore, Filippo Frittelli, Anna Maria Guidi, Tommaso Lisa, Simone Mani, Dalmazio Masini, Galeotti Menotti, Massimiliano Moscarda, Roberto Mosi, Niccolò Murru, Jacopo Ninni, Leonardo Nuti, Giovanni Pacini, Giuseppe Panella, Diletta Parlangeli, Elisa Pirati, Alessandro Raveggi, Francesca Ronconi, Gian Luca Rossetti, Vanni Santoni, Marco Simonelli, Simone Spadaro, Mirko Tondi, Novella Torre, Anna Maria Volpini, Cesare Lorefice, Iole Troccoli, Andrea Brancolini, Rino Garro, Giovanni Stefano Savino, Alberto Presutti, Marcello Moretti, Comencino, Gabriella Maleti, Aine Cavallini, Mariella Bettarini.


Passate a trovarli, suvvia.


sabato, 08 marzo 2008
 

L'Isola dei Beati

Mari Sol, Arantxa, Javi, El Bicho Raro, rispettivamente hanno totalizzato 2, 4, 9, 12 in una notte. El Bicho ha esagerato come al solito, ma tutti sembrano accettare la sua vittoria scostando la sabbia con le dita dei piedi infreddoliti. Compensa la sua mancanza di una fidanzatina disponibile e di una buona dose di cuoio capelluto — capelli finissimi e radi su una testa bitorzoluta — contando ogni volta più di dieci (termine sotto il quale non va mai), dieci e più corpi che poi vanno giù, in lontananza, tra le onde. Javi e Arantxa si baciano, si studiano, si palpano come dei quindicenni anche se ne hanno solo nove e quelle non sono stelle cadenti da sbaciucchiamento folle. Mari Sol guarda l’orizzonte del mare, una schiuma grigia si stende sulla linea, sotto di essa uno spiraglio di sole arancione che le si conficca nella fessura degli occhi accigliati per il riflesso tagliente.

“Bi...”

“Cazzo vuoi, Mari Sol?”

“Non mi sembra il caso che tu bari.”

Lei non l’accetta fino in fondo la situazione scorretta.

“E perché? Chi lo dice che baro?”

“Tu fai sempre più di dieci, non è possibile. Li avvisti tutti e più di dieci, nemmeno fossi un’aquila con venti occhi. E poi: io non conto mai un braccio, un piede, una coscia, una schiena, che fa capolino e va giù. Solo se vedo la testa che brilla, ecco. E tu hai le stesse regole?”

“Chiaro. Per questo vinco. Perché seguo le regole. Sono talmente forte che le cosce o i piedi li salto subito, e bam!, arrivo dritto alle teste. Ho imparato a riconoscerle.”

“Chissà che fine faranno poi.”

“Sopravvivono. Mio nonno dice che sopravvivono sempre quelle teste dure. E che quello è il problema. Dice che è la selezione naturale che è andata a farsi benedire. Che il caso è una moneta a due facce. Mica ti sentirai in colpa?”

“E noi che possiamo fare da qui? Niente” commenta Javi desbaciucchiandosi in due secondi.

“Niente, amore, giusto. Niente di niente. A quello ci pensa la Guardia Costiera” continua Arantxa, che da vezzosa si risistema la coda e si netta la bocca unta della saliva di Javi.

“Potremmo smetterla” fa Mari Sol stringendosi con le braccia nel suo pullover infeltrito. Lei non accetta il freddo seccante di quelle notti passate a giocare all’Avvistamento.

“Una stella che cade è una stella che muore, sai? Eppure non smettiamo mai, giochiamo pure a quello e ci sembrano tanto belle. Qui almeno non mettiamo di mezzo i nostri desideri.”

“Perché no?” fa Javi. “Sarebbe un’idea. Il prossimo che vedo colare a picco a braccia alzate, gli dedico il mio futuro matrimonio con Salma Hayek.”

“Smettila, sei terribile” ribatte indignata Arantxa. “Con una messicana...”



venerdì, 07 marzo 2008
 

!!!!!

Splinder (29/02/2008) VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS? Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo. Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento. Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas! REQUISITI: Leggi ancora...
postato da nellavascadtp | 18:30 | commenti


giovedì, 28 febbraio 2008
 

TEORIA ACQUATICA DELLE COSE

Era stata per molto tempo la nera superficie, era stata sospesa, e solo uno strato sottile di bruma sovrana che faceva calma l’acqua perlacea. Non erano le cose in movimento, in urto, lo specchio indistinguibile dal bianco oscurato non si lasciava tagliare dai giri del vento. Quasi non ci fosse nostalgia di dove tutto era cominciato. Era quello l’inizio incosciente, era una notte perpetua e le ombre ingenerate non trovavano un corpo, uno sguardo, una schiena dai quali sottrarsi, ma erano all’inizio di quel tutto, che era un acquattarsi, che era un indugiare, nessuna cosa in piedi, nemmeno un respiro affannato. Ed era quella la prima felicità senza indecisione, senza divenire. Sarebbe bastata solo una pressione, quella cristallina geometria scura si sarebbe spezzata per andare avanti, per spostarsi altrove, ma per ristabilire l’equilibrio. L’equilibrio e il disequilibrio, faccia a faccia nel freddo, ondulare senza colpa e giustizia. Si era certi che tutto fosse in superficie, anche la giustizia, delle cose che si uniscono senza scontrarsi. Gli dei erano altrove per consentire tutto questo, per non mutare le cose, per essere veramente giusti.

Poi come desinenza, la seconda felicità, l’incontro dei corpi, lo sfrangiarsi del movimento, l’intrecciarsi delle cose, ma senza parole, senza gesti, senza toni, l’avventura del silenzio rispettoso. Anche l’urto era un segno del passaggio a nuova vita. Ma durò poco la danza inconfessata. Tutto non era più in superficie, o era più superfici, di scontro. Sorsero l’errore e la verità, avevano il nome bifido di un vento impronunciabile, perché si stava già affogando sotto. La superficie sconquassò la superficie. Il grigio dello specchio divenne bianco, e nero brillante. Si tagliò la membrana pneumatica dove si era condotto il viaggio delle cose, che ancora dovevano essere giudicate, scisse. (Continua qui)



martedì, 26 febbraio 2008
 

MARINATOS AL MATTINO

SOLE. Non sottovalutate le conseguenze di un'incauta esposizione al sole. Fuerteventura si trova ad oltre mille chilometri più a sud della Spagna meridionale, alla stessa latitudine del Sahara. Usate pertanto apposite creme solari con alto fattore protettivo. I bambini farebbero meglio ad indossare cappello e maglietta, anche in acqua, nelle ore più calde.

(da "Guida aggiornata a Fuerteventura", sul tavolo da lavoro di Marinatos)

 

PESCI. Credete molto nell'amore, infatti è al primo posto nell'hit parade dei desideri. Per lui siete disposti a fare grandi rinunce, a scalare le montagne, a buttarvi col paracadute, a lanciarvi dal trapezio senza rete di protezione. L'amore tuttavia è scambio, comprensione, complicità, non sacrificatevi troppo.

(da "La Gaceta de Canarias", numero odierno sul tavolo da lavoro di Marinatos)


 

Váyase al Carajo! — rintronò Marinatos, grattandosi l'ispida barbetta secca di salmastro. Non sanno più cosa inventarsi in questa spazzatura stampata, pensò dopo aver spezzato il collo alla sua prima cicca della colazione. Ormai era un rito, svegliarsi con il petto freddo, sciacquarsi la faccia, tirare fuori dal frigo del caffé torbido avanzato dalla sera prima, bruciarsi le dita col cerino che usava per dare avvio al gas con le piastrelle in cattivo stato, riscaldarsene un po’ e tirarlo giù con ribrezzo accompagnandolo con una Ducados e il mesto sfogliare senza concentrazione della copia giornaliera della Gaceta, che gli avevano sbattuto sulla porta del suo laboratorio alla prime ore dell’alba.

Oggi se la poteva prendere comoda. La sua testa dolorante per la nicotina depositatasi sulle volute azzurre del cervello nella notte a fumacchiare alacremente sulle sue carte gli ricordava che oggi poteva indugiare fino alle undici per poi dirigersi al Residence Los Pozos, dove avrebbe dovuto solamente controllare che la pompa facesse il suo dovere tirando su tutta l’acqua rafferma della piscina. Di turisti non ce erano molti, e nessuno usava la piscina. Nel Residence c’era qualche vecchia vedova inglese piena di reumatismi che, visto il vento forte che tirava di quei tempi a Fuerteventura, non si sarebbe azzardata nemmeno a girare in pareo per gli stabilimenti. A Puerto del Rosario rimanevano attivi solo i surfisti, costanti nel corso dell’anno, con i loro occhiali scuri, le loro labbra truccate di burro di cacao al mentolo e le loro ubriacature notturne, che Marinatos condivideva per buona parte, senza però entrare troppo nella mischia.


Erano danarosi quei surfisti, ma certo non se andavano con le loro tavole aerografate a fare surf nella piscina del Los Pozos. Mancavano i soldi e quel demente di un oroscopo dava a Marinatos l’incombenza di grandi rinunce per amore. Il Residence aveva dimezzato, metà clienti, ergo metà stipendi...

 

POSTILLA ALLA CREAZIONE

Allora fu la creazione e la formazione. Con la terra, con il fango fecero la carne dell’uomo. Però videro che non funzionava, perché si disfaceva, era troppo tenero, non poteva muoversi, non aveva forza, cadeva, zuppo d’acqua, non controllava la testa, la faccia tendeva verso un lato, aveva lo sguardo velato, non poteva guardare all’indietro. All’inizio parlava, ma senza senso. Rapidamente si inzuppò dentro l’acqua e non si poté sostenere.

Così il Creatore e il Formatore dissero che si vedeva con certezza che quello non poteva camminare e moltiplicarsi. Che bisognava consultarsi riguardo a questo.

Dunque scomposero e disfecero la loro opera e la loro creazione. E dissero: - Come faremo per perfezionarci, così che nascano bene i nostri adoratori, i nostri invocatori?

(Popol Vuh, parte I, capitolo II)

 

LA PELLE DEGLI OCELOT. Cronache messicane

La disfatta degli Aztechi, che ancora oggi i messicani sembrano portarsi appresso, contiene in sé un paradosso irrisolvibile, un rivolgimento delle forme, una doppia e fatale illusione della vita: il ritorno utopico di un dio, Quetzalcoatl, avvenimento da venerare grandemente, avrebbe coinciso con la fine concreta e repentina di un’epoca, la sconfitta ideale del Colibrì Azzurro, protettore e fondatore spirituale della Città del Messico, sarebbe consistita nella concreta e inflessibile depredazione di ogni persona, bene e luogo sacro ad opera della cecità spagnola. La sorte negativa di Moctezuma fu proprio quella di dividersi tra il Serpente Piumato, dio di saggezza e semidio di tutta la Mesoamerica, nelle sembianze del quale il tlatoani di Tenochtitlán raffrontò fatalmente quelle di Hernan Cortéz, e il Colibrì Azzurro Huitzilopochtli, il potente dio della guerra e del sole, al quale la stessa città splendente fondata per sua indicazione sul lago Texcoco era votata.

Quello che oggi chiamiamo con modi da sociologia raffinata mestizaje, metissage, non è altro che la fondata del sangue colato dal ego te absolvo, depositatosi nel tempo nei bacini della Storia e per le avenidas del Distrito Federal (DF), mescolato ad un po’ di salsa chipotle ad uso dei turisti inglesi che addentano i propri tacos agli incroci degli isolati.

Le due facce dell’illusione, del doppio mito fondatore della cultura messicana, si intrecciano così in questa parabola macabra, e la deposizione di Moctezuma, che accolse a braccia aperte il leader spagnolo facendolo penetrare integro e coccolato fin dentro la sua fastosa dimora, vestito in maschera da Serpente Azzurro, ha il sapore di una grottesca umiliazione stentorea.

In Messico le cose oggi appaiono in parte cambiate. Le gesta e la eco di Quetzalcoatl, i sacrifici umani di massa, vera e propria promozione divina degli immolati, il mito fondatore di Tenochtitlán, quello dell’aquila che ghermisce il serpente sul nopal, la migrazione della tribù azteca raffigurata dal Codice Boturini, come il suo crollo permesso oltretutto dalla diffusione di malattie di marca europea come il vaiolo, sono materia di insegnamento e dottrina dei nonni, così come la storiella della Vergine di Guadalupe, mirabile tentativo di esproprio e offuscamento del culto che tutti i messicani portano impresso come un tatuaggio nel petto, un logo cristiano che ha il valore fondante del marchio Volkswagen dei maggiolini taxi pirata.

Altre narrazioni, altre storie preziose, prendono così il posto di quella tradizionale e destinale: una pelle magnifica dell’ocelot, quei giaguari che giravano leggiadri per i giardini della corte di Moctezuma.

Se ad esempio abbiamo la nostra riconoscibile faccia da indio e siamo meno famosi di Jorge Campos, dei lustrascarpe del Zocalo, oppure sguatteri al ventunesimo Starbucks di Città del Messico senza grandi aspettative di promozione, e ogni tanto sbirciamo alla tv, rifuggendo gli sguardi dei nostri superiori o controllori, scopriremo, nel corso degli ultimi decinni, che Anche i ricchi piangono, che proprio tutti, anche se raschiano il fondo di un piatto unto di marmellata o la punta di uno stivale, possiedono nella loro esistenza oscillante tra Gloria e Inferno, un Cuore Selvaggio o un più coriaceo Cuore di Pietra, rivolto verso un Piccolo Amore da preservare, o diretto disperatamente a una donna più matura, si chiami Laura, o Regina, o Semplicemente Maria, e che si mostra a tutti gli effetti Libera d’amare.

Ci renderemo prima o poi conto che questo mondo, è qui, dietro l’angolo, sta accadendo adesso: lo stanno producendo negli stabilimenti della catena televisiva Televisa, nel sud di Città del Messico, nel quartiere San Ángel. Stanno girando metri e metri di pellicola nelle floride ville con piscina, tra le strade selciate e poco trafficate, dietro le pareti variopinte delle enormi case le cui facciate sono invase dalle piante rampicanti. Lo stanno facendo ad esempio nella Calle del General Aureliano Rivera, a due passi di Televisa San Ángel. La pelle dell’ocelot, che i guerrieri azteca indossavano in battaglia, continua a lustrarsi in quella via.

dicembre-raveggi-mexico-3.jpgLa nostra telenovela possiamo così chiamarla: La Pelle degli Ocelot. Avrà come protagonista una coppia di giovani messicani, gli Ocelot, appena sposati, genitori di due teneri bambini, che si presentano nei primi giorni di novembre al numero 17 della suddetta via. L’aria è tiepida, il sole abbaglia la vista, ma non arroventa le teste dei due piccolini. Gli sposi stringono repentinamente la mano ai proprietari, una coppia di tedeschi proprietari di mezza via e di una piccola catena di ristoranti tipici nel Messico del Sud, quelli con i pappagalli assordanti chiusi in gabbia, con le loro cucine che preparano cochinita pibil avvolte in foglie di banano.

dicembre-raveggi-mexico.JPG

Quella casa in stile coloniale chiamata a chiare lettere El Zacatito sul frontone dell’edificio, con l’antistante crocifisso in pietra e la facciona del Cristo incassata in rilievo, in bilico tra lo scherzo e l’anatema, sembra averli magnetizzati talmente che dispongono il pagamento di un intero anno d’affitto. Un milione di pesos e il pesante portone in legno massellato si apre ai loro piedi.

Alcuni vicini dicono di aver scorto il salone, i suoi mobili e il grande tavolo di noce ancora coperti con i teloni di plastica. Per questo iniziano a girare voci sulla pignoleria un po’ asfissiante di Quelli de El Zacatito. I bambini allora non escono per una certa maniacalità di lei, donna in carriera, ma dalla saggezza antica, disciplinata, che sa che le minacce della vita di oggi si trovano a pochi passi dal selciato, sull’asfalto del viale Periferico battuto da migliaia di station-wagon e gipponi ogni giorno. Bisogna tenerli nell’ovatta, sotto teloni di plastica come la mobilia del salotto. Il Messico non è tranquillo come sembra, non è semplicemente un paesino in stile coloniale in scala maggiorata, così come si mostra da Calle Aureliano Rivera.

Le prime puntate di La Pelle degli Ocelot mostrano così una famiglia perbene, un po’ ossessionata dall’asprezza della vita messicana, segnata dall’inquietudine legata all’agiatezza di ogni famiglia altolocata. Gli episodi si susseguono mancando però di una certe suspense, il pubblico si annoierebbe mortalmente, anche se una buona fascia di esso si riconoscerebbe nella condizione di El Zacatito. I produttori pensano così ad una svolta, a partire dai personaggi, e prendono lui, il marito meno in vista, come vettore di un balzo in avanti grintoso.

Lui lavora in una azienda che si occupa genericamente di trasporti import-export. Il lavoro va a gonfie vele e i suoi colleghi sono disposti ad incontrarlo pure a notte fonda per la programmazione settimanale. Lei non pare turbata da queste incursioni. Qualcuno dell’azienda nel cuore della notte perde a volte il controllo e grida qualche imprecazione: non possono davvero perdere l’acquirente californiano che firma il 40% delle transazioni…

dicembre-raveggi-mexico-2.jpgI vicini cominciano ad infastidirsi: la serenità di Calle Aureliano Rivera dovrebbe essere salvaguarda. Entra così in scena il Professor Bernal, un docente universitario che vive lì da oltre trenta anni. Solidarizza con un altro vicino, il maestro di musica Ortiz. All’inizio pare che il loro interesse per la famiglia di El Zacatito sia dettato più da filantropia che dall’arcinota indiscrezione del dirimpettaio: vogliono capire perché qualcosa turba quel microcosmo, piuttosto che impicciarsi o lanciare giudizi a sproposito.

- Salve, vorrei presentarmi, vivo qui a fianco, è qualche mese che siete qui, dunque… Ecco, sono il Professor…

- Uno non può stare mai in pace in questo paese di merda a fare gli affari propri, eh… - gli viene risposto garbatamente dallo spiraglio che si apre nel portone.

- Non volevo disturbare, scusi pertanto il disturbo. Professor Bernal, tutto qui.

- Chinga tu madre, cabron.

L’opinione su Quelli del Zacatito nei dintorni cambia così repentinamente. Le riunioni di lavoro notturne si fanno più frequenti. I colleghi portano con sé grosse valige, come fossero una banda musicale di strada o un gruppo di mariachi. I promoter delle aspirapolvere vengono cacciati in malo modo davanti al portone di casa. I promoter delle creme snellenti per gambe vengono insultati in malo modo davanti al portone di casa. Sputano in faccia ad un clochard vestito da Babbo Natale che chiede qualche pesos. Sul lato destro del portone appare il messaggio: “Voi di Sushi Itto, non ci interessa il vostro menu di pesce marcio, non azzardatevi ad importunarci!”. Ma la pelle dell’ocelot continua a lisciarsi, segretamente.

010dentn-sur10.jpg

Una mattina di fine gennaio la pelle dell’ocelot si spezza. Appaiono una decina di teste di cuoio della Polizia Federale, irrompono al El Zacatito. Sul tavolo del salotto, ancora al sicuro sotto la plastica polverosa trovano giubbotti antiproiettile, granate, fucili, cartucce per mitragliatrici. Una lista di nomi da tenere sottocchio, figli di imprenditori, medici chirurghi, avvocati, nella valigetta di lei. La famiglia di El Zacatito si allarga così a dismisura, emergono ulteriori personalità, prima in secondo piano, semplici apparizioni, camei, figure di sfondo che salgono dal portone a testa bassa. Un cast sotterraneo. clip.jpg

È la famiglia del Cartel di Sinaloa, azienda leader nell’import-export, con i suoi metodi non proprio convenzionali. La Pelle degli Ocelot si complica talmente tanto che bisogna interrompere le riprese e mandare all’aria il progetto. Ma gli sceneggiatori troveranno altro materiale sui cui lavorare, altri racconti da sviluppare su pellicola, altrove.

Alla pelle preziosa di un’intera nazione, gli Stati Uniti Messicani, invischiata nella propria doppia ripresa, sogno dimidiato, di sicurezza e umiliazione, tra il Serpente Piumato e il Colibrì Azzuro, bisogna solo essere allenati un po’ per poter bucare il nero delle striature. Dentro c’è un groviglio di muscoli da direzionare e una grande beffa da risolvere.

postato da nellavascadtp | 16:44 | commenti
 

NELLA VASCA - Cosa é?

Nella Vasca dei Terribili Piranha, una ricerca sull’insostenibilità che parte da adesso sarà:

- Un romanzo di fantastoria, comics, mistificazione di Alessandro Raveggi.

- Un progetto che sveli le proprie trame (e le complichi in fieri attraverso paratesti). Il web come mezzo e non come fine. Dipanare e sbrogliare la rete.

- Un circolo virtuoso tra la scrittura on-line e la scrittura di una mappa, una ricognizione. Una congiura contro il Principe degli Abissi. Attricette in pensione cercano un figlio. Un viaggio tra l’Europa e le Americhe. Che parte dalle Isole Canarie. Uno sbarco non riuscito. Un apprendistato.

- Un racconto sull’attraversamento delle identità (e delle super-identità). Sull’invalicabilità apparente dei confini e delle possibilità. Sull’apnea. Sull’immortalità e l’immigrazione. Girando attorno ad un argomento fin troppo vasto ed estenuante: il mito di Atlantide.

Ripercorso a strisce. A fumetti. A suon di codici aztechi.

Al momento: QUI e forse anche qui su Splinder...